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Lucia Manca


Verminaio

Lo sappiamo: la corruzione in Italia c’è sempre stata. Nonostante questo è difficile fare l’abitudine ai sempre nuovi scandali che si susseguono, soprattutto considerando che quanto emerge è solo un’irrisoria parte dei reati effettivamente commessi, mentre nell’ombra si consumano episodi destinati quasi certamente a restare impuniti e persino inconosciuti.

Sappiamo anche che, oltre al palese drenaggio di risorse pubbliche, tutta questa sozzeria immonda che si definisce “rappresentanza politica” mina lo sviluppo futuro del Paese perché incapace di elaborare e attuare politiche efficaci di rinnovamento, intenta com’è a gestire i propri interessi rapaci. Ma la cosa più epidermicamente avvilente/disgustosa è la paciosa noncuranza con cui questi criminali si atteggiano una volta scoperti, beati come larve di mosca che affiorano dal loro sordido pasto di carne putrescente: se qualche giornalista azzarda una domanda, sciorinano con calma olimpica giustificazioni inverosimili ai loro atti sciagurati, ostentando una sicurezza di sé al limite della protervia.

Tutto ciò perché questi miserrimi bastardi sanno benissimo che il sistema (combinazione di una rete di relazioni collusive e di una legislazione penale lassista che si sono cuciti su misura per garantirsi l’impunità) li protegge. Non c’è legge elettorale che tenga: per quei mentecatti la rappresentanza è solo figurativa, un meccanismo illusorio, fittizio, da sequestrare e strumentalizzare per finalità opposte a quelle cui sarebbe destinato.

Come uscire da questo verminaio? Molto semplice: punire il reato di corruzione in modo severo e inflessibile — il politico dovrebbe essere TERRORIZZATO al solo pensiero di compiere un atto corruttivo! Ma si sa che leggi semplici, efficaci e di buon senso sono proprio quelle che il legislatore italiano vede come minacce alla propria esistenza… e che perciò non emanerà MAI. Non c’è speranza… A volte, quando la frustrazione per l’impossibilità d’incidere effettivamente su questo sistema ammorbato si fa disperante, s’intuisce qualcosa delle motivazioni che da sempre spingono alle rivoluzioni cruente.

Free Pussy Riot band!

Sorridi e il mondo si arrende a te.
Poi fischierà la tua musica.

[...fischiettìo...]

Immagina le stelle,
scoprirai che sorridono sempre.

Immagina intensamente
e vedrai dove gli altri
pensano che non ci sia niente.
Salti nell’aria (2003), Cristina Donà.

Tre ragazze componenti della punk band anarco-femminista russa Pussy Riot (Nadezhda Tolokonnikova, Maria Alekhina e Yekaterina Samutsevich) sono da mesi detenute in galera in attesa di processo (in corso in questi giorni) per il crimine di “profanazione di luogo di culto”, dopo che nel febbraio scorso avevano inscenato nella cattedrale moscovita di Cristo Salvatore una “preghiera” rivolta alla Vergine affinché detronizzasse Putin (!!). Rischiano fino a 7 (sic!) anni di reclusione…

Certo, i templi dovrebbero essere lasciati nella pace della preghiera, ma al contempo ci pare che sia proprio la Chiesa che si allea con politici antidemocratici a generare la vera profanazione, come se l’infinito succedersi degli orrori della Storia non avesse insegnato alcunché (ci viene da pensare ad esempio al fascismo italiano, al franchismo e alla giunta militare cilena).

Il merito della dimostrazione dadaista delle Pussy Riot è stato quello di aver messo a nudo l’ipocrisia che, in Russia come altrove, intercorre nelle relazioni di potere tra politica e religione. La mia ammirazione per un atto sovversivo fatto con l’arma del sorriso — Pussy Riot libere!

PS: l’articolo del Guardian di domenica scorsa offre un’ottima analisi della questione.

Aggiornamento 22/10/2012

E’ stato riportato che Nadezhda Tolokonnikova e Maria Alekhina entro le prossime settimane saranno trasferite in colonie penali periferiche, famigerate per la durezza delle condizioni detentive, in cui dovranno scontare i due anni di condanna inflitti nel processo della scorsa estate.

Laura Campisi





Nathalie






Alle ore 14 di venerdì 13 luglio era in programma il concerto di Cristina Donà presso il Rifugio Gardeccia (Gruppo del Catinaccio), quota 1,949 m., nel contesto dell’ormai tradizionale rassegna “I Suoni delle Dolomiti”. La perturbazione che da qualche giorno sormontava le valli trentine ha capricciosamente disatteso le previsioni meteo, scaricando quella mattina piogge copiose sì da indurre gli organizzatori ad annullare l’esibizione trasferendola alle 18:00 nel Padiglione delle manifestazioni di Pozza di Fassa.
Avvezza a giuocare colle dolci bizzarrie della sua fantasia, all’ora convenuta Cristina ha fatto il suo ingresso sul palco sfoggiando un eccentrico cappellino ornato di fiori carminii per esorcizzare scherzosamente il maltempo e propiziare una possibile occasione futura all’aria aperta…Il concerto, assai gradevole come al solito, ha gravitato comprensibilmente sull’ultimo lavoro in studio, “Torno a casa a piedi”, intercalato da superclassici come Universo (con la naturale citazione in coda della beatlesiana “Across the Universe”), Stelle buone, Mangialuomo, Invisibile, Triathlon e alcune che lei stessa ha ammesso, ironicamente, essere state scelte per affinità meteorica: Goccia, L’ultima giornata di sole…Lineup consueta dell’ultimo tour: Piero Monterisi (batteria), Emanuele Brignola (basso elettrico) e Saverio Lanza (chitarre soliste e tastiera). Lei ha imbracciato l’inseparabile Gibson Dove.

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